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Recensioni a Il portone sulla piazza
01/10/2005 - RUMORE

MARZIANE IN SALENTO

di *Clara Nubile

La  pizzica, i turcinieddhri, il mare blu schianto. Quando nasci e cresci in una terra rossa e vorace, è difficile strappare dal sangue e dal corpo quei legami culturali e non che ti avvinghiano e ti avvincono come tronchi d'ulivi millenari. Te lo porti dentro il ritmo della tua terra - dentro come una malia e come una maledizione perché non riesci a scorgere altre tonalità di rosso o di azzurro o di verde se non quelle di casa.

Tutto a paragone scompare, è fioco, sfocato, spento. E tutto si mescola dentro e spunta fuori come musica, pittura, narrazione, poesia.

E'  molto difficile spezzare quei lacci, tanto più quando si va lontano - altrove - e il fantasma della propria appartenenza batte un ritmo indiavolato su un tamburello immaginario e tutto vorresti fosse Salento, tutto vorresti fosse pomodoro e origano e ancora vino negramaro o primitivo, ma la realtà ti serve ben altro e il desiderio diventa stremo. Stremo per la terra così dolorosamente lontana, e così tenacemente vicina. Cancellare le proprie radici è ingiusto, impossìbile, ingrato. Ma quando le radici diventano cappi per la creatività e la singolarità di un artista o di un creatore di arte, allora bisogna usare un'ascia enorme per recidere quei legami. Il Salento va di moda, è indubbio. Le cartoline del sud presentano tutte gli stessi colori, le stesse facce, le stesse storie. Il Salento va molto più di moda: il Salento si va svendendo in episodi commerciali, trasformandosi cosi in una soap opera a puntate.

ll mare blu schianto è pieno di spazzatura e di ombrelloni a frotte. Le spiagge sono devastate dalla bruttezza del cemento e della mostruosità. La terra perde il sangue e si imbelletta le guance per offrirsi al miglior offerente. L'attaccamento alla propriaa cultura sfiora l'intolleranza e la tragicomicità. Il senso di inferiorità, trasmessoci nei secoli, muta in smisurata onnipotenza e superiorità che ghettizza ed esclude. ll Salento si va lentamente trasformando in un ghetto dove si parla solo una lingua (quella globale: quella dei soldi) e si suona solo una musica. La pizzica è ormai un fenomeno commerciale e sorgono come funghi i gruppi che imitano i grandi artisti del tamburello. Dal Salento alla riviera romagnola spopola la frenesia del tamburello e quest'estate a Marina di Ravenna si balla la techno-pizzica e d'inverno si può imparare la seducente arte de!la danza della taranta a Milano come a Roma come ovunque. La pizzica, che doveva affermare la nostra identità, è diventata l'esatto contrario: la negazione della particolarità e della preziosità culturale ed è a tutti gli effetti la celebrazione della globalizzazione. L'impreessione generale è che in Salente esiste una sorta di dittatura culturale e artistica (più evidente nel campo musicale, ma non solo) alla quale è impossibile sfuggire. La dittatura è dolce e ammaliante, ma imperversa. Le radici non sono più lacci, ma tentacoli della piovra commerciale. E così. Purtroppo, e non è colpa del "punkabbestiume" e dei "turisti" che infestano il Salento d'estate. Il Salento appartiene anche all'inverno e al cielo grigio sterile di  pioggia e al vento di tramontana. Il Salento appartiene anche ai marziani che creano oltre la dittatura commerciale e cercano di rendere un più ampio respiro alla propria terra. I marziani sono quelli che restano in Salento anche d'inverno e non abbandonano la propria terra, ma cercano di capirne le contraddizioni e di esaltarne le ricchezze nascoste.

 

lo ho conosciuto Maddalena Mongiò, scrittrice salentina autrice dell'interessante romanzo II portone sulla piazza (Manni, 2005)  mi ha colpito una sua frase: "Noi scrittrici salentine dobbiamo liberarci dai cliché di essere donne, di essere meridionali, di essere salentine". Dobbiamo scrivere libere dal giogo di una tradizione culturale opprimente e schiacciante. Il Salento non è solo la terra della taranta, delle passioni forti e indomabili, della Sacra Corona Unita. Il Salento, qui metafora per il Sud, è anche altro.

Maddalena Mongiò ci è riuscita nel suo romanzo a parlare d'altro e in modo insolito.

Quando ho conosciuto Monica Maggiore, giornalista, poetessa e giovane editrice salentina, mi ha colpito il suo spirito dolce e guerriero allo stesso tempo, e l'entusiasmo smisurato per la poesia e per la bellezza della creatività. Monica cura una collezione di poesia, intitolata Serri/ d'Amor (per la Semi_edizioni di Lecce): "Fogli di poesia, segni e parole che viaggiano come piccoli semi in cerca di terreni fertili". I semi di poesia si presentano sotto forma di segnalibro con la grafica curata dalla Big Sur di Lecce. Mi ha colpito molto l'idea dei semi in viaggio per il mondo in cerca di fertilità, contaminazione, fusione.

Maddalena e Monica mi sono sembrate due marziane, audaci, forti e integre. Capaci di creare, libere dallo schema dominante.

I marziani ci offrano una visione alternativa di creare e fare arte. I marziani realizzano piccole utopie. E io credo nella possibilità di fondere tradizione e modernità, credo nella capacità di utilizzare lo stereotipo per conoscerci meglio e abbattere i pregiudizi che ci immobilizzano come catene nei nostri piccoli, rassicuranti ghetti.

* Scrittrice e traduttrice originaria di Tuturano (Brindisi), ma residente a Ravenna e sovente al lavoro in India, E'appena uscito per Lain il suo primo romanzo, lo ti attacco nel cuore: racconto visionario di un'odissea giovanile in bilico fra cosmopolite suggestioni rock (Billy Corgan, White Stripes) e arca/che tradizioni safentìne (folclore, gastronomia, malavita

18/07/2005 - www.liberalia.it

Il portone sulla piazza, di Maddalena Mongiò. Manni 2004, pagine 83, euro 10.

Frugando fra le e-mail ricevute mi è capitato di imbattermi fortuitamente ed, oramai, posso ammettere fortunatamente, in qualche riga di Maddalena Mongiò. E’ stato un avvenimento inatteso. Certo. Il suo libro lo è molto di più. La maestria di questa autrice salentina incanta. E’ nata a Lecce, la Mongiò, ed i sapori della sua terra, pezzo suadente di questo nostro piccolo meridione, si possono cogliere a mani congiunte.

Probabilmente, i cosiddetti “maligni” potranno dire: "Ma dov'è la Puglia in questo libricino o libretto" (come la stessa Mongiò definisce la sua opera)? La sua regione sta nei disegni depositati sui fogli e nello stile, nella teatralità di ogni apparizione. I personaggi sono studiati e creati con il lapis e colorati con i colori a pastello.

Accavallare le tesi sulla definizione del genere che esprime Maddalena Mongiò, sarebbe uguale ad accavallare le gambe, mettersi un'aureola e provare ad indovinare (semplicemente) qual è la corrente letteraria o filone letterario che lei predilige. E’ inutile farlo, si corre il rischio di non attirare l’interesse di nessuno e fare un grande torto ad un’autrice che riesce a sconvolgere. In questi ultimi tempi, non è semplice coinvolgere lettrici e lettori. Tanto meno incollarli ad un romanzo, per troppo tempo. Ma la rapidità di esecuzione con cui è composta l’opera, in senso puramente ritmico, ed i frammenti inventati per far traballare le certezze derivanti da una narrazione piatta, sono una dote di cui Il portone sulla piazza si nutre. Traendo i benefici dovuti. Provate a toccare con gli occhi solamente le date che appaiono ogni tanto nel libro, da lì c’è tanto da capire.

Questo testo è un esordio per la scrittrice leccese. La quale può già “vantarsi” di essere stata inserita nella rosa di finaliste al prestigioso Premio Rhegium Julii 2005 - Opera Prima di Reggio Calabria. Se sin da adesso si riuscisse a strappare una promessa (all’autrice ed all’editore) di un nuovo romanzo, sarebbe sicuramente una grande cosa. Tanti aspetterebbero con ansia. Lo stile della Mongiò è Moderno, attraente. Prende.

In sede di prefazione, Livio Romano sottolinea caratteristiche che danno al libro qualcosa di diverso dalla miriade di testi in circolazione. La quarta di copertina riporta qualche frase autentica e valida “l’autrice dà voce è profilo a maschere tragiche che sembrano spargere i loro sentimenti deformi sulla scena narrativa in maniera ossessiva, coattiva, persistente e coralmente lancinante.”

Ho sempre sostenuto che nei romanzi bisogna ritrovarsi, magari in qualche particella di personaggio, mentre nelle poesie ci si perde. Proprio per questo motivo, stavolta, penso che colei o colui che vogliano prendere in mano Il portone sulla piazza (confesso che solo sul titolo nutro qualche piccolissimo dubbio) si trova in una condizione di smarrimento: prima vi sono quasi mezze certezze, poi arriva poesia pura a balzi. Tutto ciò mette in crisi l’anima della lettrice o lettore.

La vita di Barbara parte da una morte è finisce in una morte. Senza tralasciare momenti di intensa passione e desiderio. Arrivano inattese righe di denuncia “apolitica” sulla condizione della donna e sul ruolo che nei secoli dei secoli dei secoli, la metà più bella del cielo ha/sta sopportato/sopportando. Qualche anno fa si sarebbe gridato a gran voce questo è un romanzo femminista!

Juana Imenez de la Cruz è l’altra donna che trascina nella spirale dell’estasi. Si potrà scorrazzare migliaia di volte sui peccati della Kiesa e sulle sue colpe. Ma solo con la delicatezza di queste storie si arriverà a qualche cosa concreta. Con la magia poetica. Da contrasto alla figura Graziosa di suor Juana, sulla scena irrompe un arcivescovo inquisitore. Uno di quelli che facilmente si possono immaginare bruttissimi. E spesso a ragione.

In mezzo a questo idillio di proteste e denuncie appassionate scolpite nelle parole delle protagoniste delle vicende, specialmente nel caso di Juana, ci si deve immergere nelle acque irrequiete della necessità di scrittura. Allora si incontra il tentativo di escludere le donne dalla reale propensione a usare le parole sottoforma di prosa o poesia. Per lasciare in eredità. O semplicemente scolpirle su foglio. Oggi su video. In fondo, noi maschietti dobbiamo ammettere che il machismo imperversa nelle belle lettere. L’omofobia, suo stadio caratterizzante, del machismo intendo, è tangibile. La storia della Letteratura non mente. MORIRA’ anch’esso.

NUNZIO FESTA

29/06/2005 - GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO ed. BASILICATA

Romanticismo e sperimentalismo nel primo romanzo di Maddalena Mongiò Il portone sulla piazza

 

 

“È una storia dal sapore antico, quella che con abilità e tem­peranza ci racconta Maddalena Mongiò in questo suo notevo­le esordio letterario. La storia di un amore assoluto e spietato che soltanto dopo la morte violenta di Piero, l’amante adulte­ro, rivelerà la sua sempre inespressa autenticità. Una storia di uomini fragili che devono fare i duri e di uomini abietti che trafugano l’infanzia delle figlie femmine nonché di uomini inerti che, tronfi nella loro armatura di certezze, trascurano i propri e gli altrui sentimenti finché tutto continui a girare secondo un ritmo quieto che non destabilizza. E donne che sanno e non svelano… Servendosi di una lingua che, al contrario della materia narrata, è speri­mentale e vivace, la Mongiò dà prova di sapiente gestione del complesso intreccio che tiene insieme la storia di Juana, suora messicana, e la giovane e tormentata Barbara, entrambe vitti­me, e ciascuna per diverse ragioni, di amori fatalmente male­detti dal destino. Un libro singolare veramente. Un punto di incontro fra avanguardia e romanticismo.”. Con queste parole il prefatore Livio Romano ci guida nella lettura del romanzo di Maddalena Mongiò, Il portone sulla piazza, un’opera prima che certamente stupisce il lettore. Egli, infatti, in alcuni punti ha l’impressione di trovarsi disperso e indiscreto, senza volerlo, tra materiali affiorati “da un archivio privato”, da un “diario” in fase di rielaborazione; e in effetti nel libro l’archivio, il diario, occasioni di scrittura privatissima, assumono il ruolo di motori della storia e di metafore della vita. Nella storia di Barbara si intrecciano una scrittura e una lettura di tipo carsico, affioranti quel tanto che basta a tracciare nella morfologia del suolo, della pagina come dell’anima, sentieri scavati e abissi senza fondo; scrittura come consegna di sé a tempi e lettori ignoti, per rimanere ignoti, lettura come violenza estrema di inquisitori istituzionali, sua madre prima, il giudice poi, che trafugano, insieme con le parole, l’intimità calda dell’eros fino al gelo della morte. Nella storia di Juana, invece, la scrittura è, insieme all’amore, unico totale modo di esistere; qui, ancora un inquisitore, l’Arcivescovo Agujar Y Seijas; questi, vietando la scrittura di Juana, che sgorga come fiume in piena per invadere pagine e vita, le vieta la vita stessa. “Morirò”… “Morirà”.  Così si conclude il romanzo, che intanto si fa testo teatrale, come se la narrazione non fosse più sufficiente a rappresentare la violenza della storia, delle guerre impari tra i sessi, delle convenienze sociali, dei conflitti e degli abbandoni familiari, degli amori senza cittadinanza, ma soprattutto della scrittura che rompe gli schemi, che stravolge i ruoli e chiede vendetta e morte, da parte di chi vieta di scrivere, e d’essere, e da parte di colei cui è vietato di scrivere, e di esistere. Un romanzo, dunque, sul rapporto tra le donne e la scrittura, rapporto troppo spesso tragico, per ragioni storiche e sociali. “E’ difficile parlare di un romanzo così denso, un dramma, un giallo, una tragedia esistenziale, piena di immagini originali e piena di personaggi, tanto da dare al romanzo un aspetto corale. Voglio soffermarmi sulle immagini, che ne sono uno dei punti forti, a partire dall’incipit: “La luna taglia a fette la notte insinuandosi”; altre immagini felici: “il filo di perle le abbracciava il collo sottile”... “Architetture di biancospini che baciano rami fioriti”... “Le voci si tagliano a vicenda intortando un guazzabuglio di pensieri e storie.”… “Le porte del tribunale allineate come soldati pronti alla rassegna”... “Affogherò nelle parole, mi ubriacherò di pensieri errabondi, mi nutrirò di poesia.”.” Con queste indicazioni di lettura, Claudio Elliott, che ha presentato il libro qualche tempo fa nella libreria Cocco a Potenza, ci offre ulteriori stimoli alla lettura di questa singolare opera prima, che per altro risulta tra le tre opere finaliste al Premio Rhegium Julii 2005 - Opera Prima di Reggio Calabria.

 

Lorenza Colicigno

 

Maddalena Mongiò, Il portone sulla piazza, Manni, Lecce 2004

01/06/2005 - QUI SALENTO

IL PORTONE SULLA PIAZZA________

L'universo di Maddalena

II portone sulla piazza", il romanzo di Maddalena Mongiò (scrittrice salentina al suo esordio letterario con Manni Editori) è uno dei tre finalisti al Premio Rhegium Julii 2005 - Opera Prima di Reggio Calabria. La notizia del nuovo traguardo per questo originale romanzo, corona la crescente attenzione registrata da Maddalena Mongiò. Nato in provincia, non è un romanzo provinciale ma una storia che apre le porte di un univer­so tutto da scoprire, a cavallo tra romanticismo e avanguardia, dove a dominare è la donna, con i suoi tormenti e le sue passioni. "Il portone sulla piazza" (insieme con le altre due opere selezio­nate) sarà presentato insieme all'autrice martedì 30 agosto, pres­so l'Oasi di Pentimele (Reggio Calabria). Nel corso della serata sarà proclamato il vincitore.

01/04/2005 - www.paroledisicilia.it
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Mongiò: Il portone sulla piazza PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Mirci   

"...Barbara, distesa sul letto che condivide con il marito, singhiozza. Ballava sfrenata quando lo squillo inopportuno del telefono le raccontò di lui riverso sul sedile dell'auto con il foro occipitale mostruosamente e oscenamente squarciato da una pallottola."
E' questo il culmine dell'incipit de Il portone sulla piazza, il breve romanzo di esordio della leccese Maddalena Mongiò. Inizia così: l'immagine di "lui", Pietro, il suo amante, ucciso in maniera violenta e Barbara che sfoga il proprio dolore nel letto condiviso col marito. Tenta di consolarla Ettore, il marito? La pagina non lo dice, ma nel testo che segue, Ettore manifesta atteggiamenti che fanno supporre sapesse e non ostacolasse. Non è possibile affermarlo con sicurezza.

 Ettore è un uomo, e in questo romanzo gli uomini esistono in forma bidimensionale, fanno da sfondo per una narrazione dove tutto è femminile, e dove l'universo maschile assume aspetto di uno scenario dipinto all'interno del quale i personaggi femminili si muovono e agiscono, loro sì autentico motore di carne e sangue della storia.   
Leggere, da uomo, il breve romanzo di Maddalena Mongiò è paragonabile a un'immersione in profondità inesplorate e spesso aliene. In questo libretto di nemmeno cento pagine nulla è prevedibile, tanto che per lunghi tratti lo si potrebbe dire abilmente decostruito. A una prima lettura potrebbero emergere difficoltà a legare la parte iniziale del libro con quella centrale e quella finale; ognuna sembra caratterizzata da stile e intenti diversi. La parte finale - il racconto, in forma di testo teatrale, delle traversie di Juana Inez de la Cruz, giovane suora messicana del XVI secolo - poi, è addirittura slegato dal contesto storico di partenza.  Eppure una coerenza di impronta manifestamente femminile lega tutto il costrutto narrativo, conferendogli una compatta capacità di penetrazione. Non è un testo facile. L'autrice ha scelto di mantenere le distanze da una struttura narrativa usuale, e bene ha fatto, ché adeguarvisi avrebbe costituito pesante zavorra per questa storia tanto complessa, eppure tanto facilmente riconoscibile. "E' una storia dal sapore antico, quella che con abilità e temperanza ci racconta Maddalena Mongiò", così inizia la prefazione di Livio Romano, e a lettura terminata non si può che assentire e rilevare, con stupore, l'abilità con la quale un'autrice esordiente ha saputo raccontare un  mondo doloroso. Un mondo dove dominano silenzi e malintesi, e dove l'aspirazione all'autodeterminazione e a una vita piena e vera stride con vetusti meccanismi sociali e familiari. E se tutto sembra prendere spunto da un evento che colora di giallo l'incipit, - l'uccisione, probabilmente un regolamento di conti, di Pietro, amante di Barbara - i successivi sviluppi della storia rivelano come non alla trama poliziesca tenda tutto il narrato, bensì come il disvelamento cui si aspira è quello dei desideri non manifestabili, dei conflitti interiori più segreti, delle rivalse e delle evocazioni.
La descrizione della vita di Barbara, la protagonista, è solo un pretesto narrativo. Così ogni evento descritto non ha altra funzione che quella di giungere, pagina dopo pagina, strato dopo strato, all'origine dell'evento stesso, alle sue cause intrinseche, al suo nucleo. Che non può essere che interiore, viscerale, animale, eppure sublime, quasi metafisico, slegato da ogni logica di vantaggio, convenzione e forma sociale.

Maddalena Mongiò: Il portone sulla piazza, Manni editore, 2004. € 10,00, pp. 83. ISBN 88-8176-567-5
   

09/12/2004 - DIARIO PUBBLICO PRIVATO DI GIUSEPPE CALICETI

La luna taglia a fette la notte...

L'odore di gelsomino rose narcisi entra nelle case dalle finestre socchiuse è una notte calda dell'agosto 1988. Un cane che abbaia; il sin­ghiozzo d'una donna, di Barbara. Maddalena racconta e tu non avrai più voglia di dimenticare un singhioz­zo diventato sintagma scritto. Quel suono t'accompagnerà la lettu­ra; dovrai compierla piano, senza distrarti; perché l'intreccio di storie non ammette distrazioni; ti lega a sé, tela di ragno da cui non sfuggi, se hai deciso di farti catturare. Si dipanano vicende di uomini e donne che amano farsi del male "maschere tragiche", per dirla con Livio Romano, curatore della prefazione "che sembrano spar­gere i loro sentimenti deformi sulla scena narrativa in maniera ossessiva, coattiva, persistentemente e coral­mente lancinante". Maddalena Mangiò ha scelto la scrit­tura come "l'unico punto fermo della sua vita"; lo senti che è cosi; senti che la scrittura domina la pagina; e lei la protagonista, sono personaggi Barbara, Ettore, Piero, una madre, un padre; amori annoiati, come una sera d'inverno, amori improvvisi come un temporale di primavera... La solitudi­ne, l'incomunicabilità, il perdersi dei pensieri, la morte che arriva ad interrompere il corso degli eventi, a get­tare le basi per storie nuove, diverse, ardite eppure così normali, così quo­tidianamente normali. Maddalena ha lunghe ricerche sulle spalle; ama la musica e il teatro; ama la lettura; ascolta musica classica, conosce e studia autori classici... Juana è sorella spirituale di eroine della letteratura di tutti i tempi. Ma Maddalena ha un animo da girovaga curiosa e instan­cabile, come la sua scrittura e il suo pensiero; raccogliere storie per poi reinventarle in uno stile tela di ragno che cattura; non si dimenticano un singhiozzo, un grido, una carezza, un'immagine da lei tratteggiata. Per Maddalena, punto fermo è la scrittura; per il lettore, punto fermo è una storia che vive grazie a questa scrittura; per comunicare che si esi­ste, che Barbara e Juana esistono, che esiste Maddalena, così uniche da non riuscire più a scordarti di loro. (Giuliana Coppola)

01/12/2004 - QUI SALENTO

La luna taglia a fette la notte...

L'odore di gelsomino rose narcisi entra nelle case dalle finestre socchiuse è una notte calda dell'agosto 1988. Un cane che abbaia; il sin­ghiozzo d'una donna, di Barbara. Maddalena racconta e tu non avrai più voglia di dimenticare un singhioz­zo diventato sintagma scritto. Quel suono t'accompagnerà la lettu­ra; dovrai compierla piano, senza distrarti; perché l'intreccio di storie non ammette distrazioni; ti lega a sé, tela di ragno da cui non sfuggi, se hai deciso di farti catturare. Si dipanano vicende di uomini e donne che amano farsi del male "maschere tragiche", per dirla con Livio Romano, curatore della prefazione "che sembrano spar­gere i loro sentimenti deformi sulla scena narrativa in maniera ossessiva, coattiva, persistentemente e coral­mente lancinante". Maddalena Mangiò ha scelto la scrit­tura come "l'unico punto fermo della sua vita"; lo senti che è cosi; senti che la scrittura domina la pagina; e lei la protagonista, sono personaggi Barbara, Ettore, Piero, una madre, un padre; amori annoiati, come una sera d'inverno, amori improvvisi come un temporale di primavera... La solitudi­ne, l'incomunicabilità, il perdersi dei pensieri, la morte che arriva ad interrompere il corso degli eventi, a get­tare le basi per storie nuove, diverse, ardite eppure così normali, così quo­tidianamente normali. Maddalena ha lunghe ricerche sulle spalle; ama la musica e il teatro; ama la lettura; ascolta musica classica, conosce e studia autori classici... Juana è sorella spirituale di eroine della letteratura di tutti i tempi. Ma Maddalena ha un animo da girovaga curiosa e instan­cabile, come la sua scrittura e il suo pensiero; raccogliere storie per poi reinventarle in uno stile tela di ragno che cattura; non si dimenticano un singhiozzo, un grido, una carezza, un'immagine da lei tratteggiata. Per Maddalena, punto fermo è la scrittura; per il lettore, punto fermo è una storia che vive grazie a questa scrittura; per comunicare che si esi­ste, che Barbara e Juana esistono, che esiste Maddalena, così uniche da non riuscire più a scordarti di loro. (Giuliana Coppola)

22/11/2004 - RADIO VATICANA - rubrica "TUTTO LIBRI"
18/11/2004 - LECCESERA